– Note e curiosità

1)  Quanto trattato nei Workshop  è materia che  nelle stesse facoltà universitarie ad indirizzo linguistico è confinata in ambiti ristretti di specializzazione e di accesso limitato.

Per questa ragione gli  studenti non acquisiscono in genere competenze di fonetica e/o di fonologia, di cui difetteranno come futuri docenti di lingua straniera.

A questo non fanno eccezione i linguamadre anglofoni che – insegnanti titolati e non – hanno come tutti noi appreso la pronuncia materna attraverso il processo quotidiano di imitazione e non con lo studio della fonologia, materia che non conoscono.

Nei corsi di lingua straniera la pronuncia continua quindi ad essere insegnata per imitazione – sebbene anche con modalità informatica – a detrimento di quella autonomia e conoscenza che solo l’approccio fonologico consente di ottenere.

Il Workshop vi porterà a identificare e a superare questi limiti in modo inaspettatamente semplice e veloce grazie alla modalità didattica adottata.


2)  La pronuncia inglese è frequente motivo di insuccesso nella comunicazione verbale. Al divario tra la qualità e quantità dei suoni della lingua inglese rispetto all’italiano  si somma la difficoltà dovuta all’ importante incoerenza tra suono e scrittura. Inoltre, l’intelleggibilità fonica in inglese è strutturalmente bassa rispetto all’ italiano, per questioni di rapporti quantitativi tra le qualità distintive su cui si basano le due lingue: rispettivamente gli accenti e i suoni vocalici.


3)  Fonetica e Fonologia. Le due definizioni indicano discipline diverse e ben distinte, seppur correlate. Dalle ragioni sotto spiegate si evince che la Fonetica Inglese non esiste (come non esistono le radici quadrate “inglesi” !) e che nel linguaggio della quotidianità tale locuzione è usata in luogo di  Fonologia della Lingua Inglese.

  • Fonetica . Pochi aspetti basilari possono interessare il discente comune, poichè la materia si rivolge tipicamente a specialisti:  i fonetisti. I suoni del linguaggio articolato (detti fòni) non sono studiati in relazione a una lingua di riferimento, ma solo come entità fisiche, considerate negli aspetti articolatorio, acustico e uditivo-percettivo. I foni solitamente trattati sono poco più di duecento, ma la loro quantità può di gran lunga superare il migliaio in base a criteri analitici di particolare sofisticazione, anche soggettivi del ricercatore (!).
  • Fonologia . Interessa tutta la platea di discenti e di docenti di lingua straniera come strumento di elezione per lo studio dei fenomeni associati all’acquisizione o al perfezionamento della corretta pronuncia:  facile, valido e altamente disponibile. La fonologia (o fonemica) – studia i fonemi, cioè quei foni aventi funzione di distinguere le parole all’interno di un sistema linguistico di riferimento (= la data lingua considerata) . I fonemi determinano il valore semantico di una parola: la loro corretta pronuncia è quindi fondamentale.
    • Fonemi. Sostituendo c con p nella pronuncia della parola italiana cane, si otterrà  pane: tali suoni sono fonemi, rispettivamente rappresentati dai simboli /k/ e /p/ .  In inglese – cioè in un altro sistema linguistico –  gli stessi fonemi distinguono cane (= canna) da pane ( lastra di vetro, di finestra). I fonemi rappresentano graficamente suoni vocalici, consonantici, click (simil-rumori tipici di varie lingue sudafricane) nella sequenza che renderà riconoscibile la parola parlata.
    • Allofoni. Nelle varie lingue nazionali sono usabili suoni funzionalmente alternativi ai fonemi purchè conservino il valore semantico delle parole: sono gli allofoni. Sono presenti nei molti diversi tratti fonetici dialettali o nella pronuncia blesa, caratterizzata da suoni comunque estranei alla dizione ufficiale (es.: la “erre” moscia alla francese  o quella labiodentale approssimante sonora in “vamavvo” , ramarro  e il sigmatismo , “esse” moscia o zeppola nelle varie forme).
    • I dialetti italiani sono caratterizzati da una ricchissima serie di fenomeni fonetici che si ripropongono parimenti – senza variante alcuna – in inglese e in molte altre lingue. Il Workshop vi renderà coscienti di tali accadimenti a voi già noti e che fungeranno da utile riferimento.

4)  La via di fuga ?  Una componente del successo della comunicazione in lingua straniera è dovuta alla valenza allofonica casuale dei suoni impropri prodotti. Ma al riguardo è opportuno considerare l’inglese meno tollerante di altre lingue in ragione dei peculiari fenomeni fonetico-fonologici che lo caratterizzano, spesso dipendenti dalla posizione dell’accento tonico, dalla pronuncia forte o debole e, soprattutto, dalla frequente riduzione fino alla scomparsa di molti suoni vocalici non accentati (fenomeno dello “schwa“,  il suono “vocalico” più ricorrente in inglese !).

Dei 44 fonemi inglesi solitamente considerati alcuni hanno suoni così vicini da non essere percepiti nella loro diversità dal discente italiano, non abituato all’esiguità di tali differenze.  Questo si traduce infine nell’incapacità di proporli correttamente, producendo quindi fonemi impropri, con risultati spesso “curiosi”. Esempi ricorrenti:  dress code (pronunciato come cod  → merluzzo), peace keeping (pr. come piss, pipi invece di mantenere la pacetrattenere la pipi),  low cost (pr. come law, legge invece che a basso costo → ≅ costi legali), sheet (pr. come shit, invece di foglio →  merda), T-shirt (pr. short → corto), show  (pr. shaw → boschetto), fund (pr. found in recovery fund)… Il contesto del discorso può a volte compensare eventuali inesattezze, che saranno sempre un disturbo.


5)  L’opportunità di migliorare. Una buona pronuncia inglese è un importante valore aggiunto alla conoscenza della lingua e alla capacità di comunicazione, spesso condizionante la carriera professionale. La corretta dizione aiuterà non solo nella fase del parlare, ma anche in quella dell’ascoltare grazie al possibile riconoscimento di “immagini sonore” già metabolizzate. L’opportunità di miglioramento interessa anche parlanti esperti, disinvolti e navigati, spesso non coscienti di usare fonemi o accenti tonici errati come comunemente riscontrato nei  seguenti vocaboli esemplari: apartheid, blood, control, country, crew, debt, gourmet, idiom, magazine, management, minute, money, performance, sandwich, sew, stage, tomb, village, vintage…  Andrebbero poi distinte parole che non sono omofone, come all-whole, bad-bed, corps-corpse, ear-year, haven-heaven , want-won’t (trattasi di antonimi !), were-where… A questo si aggiunga la necessità di osservare lo spostamento di accento in molti verbi  rispetto ai sostantivi che li originano, come in record→to record, discount→to discount, increase →to increase.  Nel caso di vocaboli di uso comune meno frequente come expertise, gynaecologist, psychiatry la criticità aumenta fino a diventare estrema come in awry, boatswain. E’ inoltre frequente che la corretta pronuncia di cognomi o nomi di località sia talmente eccezionale e inaspettata da dover essere necessariamente indicata agli stessi anglofoni (sic !) – specie al di fuori del Regno Unito – come in Cholmondeley, Keighley, Southwark, Greenwich

6) Le difficoltà da superare sono costituite anche dai fenomeni di contrazione, elisione, assimilazione, intrusione di suoni spuri vari e di allofoni che ben differenziano la pronuncia forte (strong, del linguaggio formale) da quella debole (weak, del linguaggio informale): ciò nella panoramica delle diverse pronunce di natura sociale (sociolect) , regionale o geografica le cui diversità fonologiche sono possibile causa di reciproca scarsa intelleggibilità.

Per una pronuncia inglese … finalmente OK !