Curiosità, anche inedite…

(Estratti di argomenti trattati nei corsi)…

1) La fonologia è la chiave di volta per lo studio scientifico dei suoni di una lingua straniera. Fonetica e fonologia (v. nota *) sono materie molto specialistiche, confinate in ambiti di studio poco popolari. Tranne eccezioni davvero rare, dette discipline non sono quindi parte del bagaglio di conoscenza degli insegnanti di lingua, specie di quelli anglofoni , che come tutti noi non sono certo ricorsi alla fonologia per imparare la lingua materna (sic !). Invece il fonologo è uno specialista – un tecnico – che ha competenza dei fenomeni sonori di una lingua, a prescindere dalla sua linguamadre e dall’ idioma oggetto di studioGli elementi fondamentali di fonologia sono l’essenza dell’ offerta didattica di questo sito.  

2) Inglese lingua opaca.  Una lingua che si legge come si scrive è detta trasparente. L’ inglese è una lingua opaca: un problema per gli stessi anglofoni come testimoniato dai campionati di spelling, dalle decine di riforme tentate senza successo, dall’ aumentata difficoltà nella dislessia, dalla gravosità del processo di apprendimento della lettura nelle scuole primarie e dalle sue conseguenze. Ogni variètà dell’inglese presenta rispettivi gradienti di opacità. L’ angloamericano è meno opaco dell’inglese, come risultato del processo di semplificazione fonologica dovuto al fenomeno migratorio. L’opacità dell’inglese è ridotta nella pronuncia scozzese.

3) Conoscere lo Schwa per parlare e capire. Le vocali inglesi non gravate dall’accento tonico perdono sonorità finanche a scomparire del tutto. Il  fenomeno interessa mediamente il 70-80 % dei suoni vocalici. Il vs. interlocutore – se anglofono –  non produrrà mai i suoni che vi aspettate: vi consegnerà parole foneticamente vicine, che forse intuirete o riconoscerete a volte con difficoltà, o che forse neppure capirete.  Nel tentativo di “proporre” chiarezza voi magari lo ricambierete con parole scandite con dovizia, ricche di vocali ben pronunciate, cioè di suoni spuri ed inutili: esattamente il contrario di quello che occorre fare… Ecco perchè la comunicazione verbale è spesso difficile. Dovete scientemente gestire i suoni vocalici e tendenzialmente trasformarli in un unico tipo di “suono non-suono quasi-suono” che la linguistica definisce Schwa (cliccare qui per saperne di più).  E’ un processo molto semplice, fondamentale: ma bisogna conoscerlo.  Allora anche voi concorderete nell’affermare che “ Chi si occupa di lingue straniere e non conosce lo Schwa è come un medico che non sa cosa sono i globuli rossi…”

4) La dizione non è così importante… L’intelleggibilità di una lingua articolata non è tanto dovuta alla dizione, quanto alla corretta produzione dei fonemi, cioè dei suoni che modificano il senso delle parole. Es.: in italiano cane diventa pane se pronunciato con un diverso fonema iniziale. Ma “h ” (fiorentino) in luogo di “c” è pure ammesso come suono alternativo (= allofono) perchè non cambia  il significato della parola, che resta da tutti riconoscibile. Le varie pronunce dialettali – come pure quella straniera o blesa – seppur non conformi alla corretta dizione non invalidano quindi il successo della comunicazione qualora conservino fonemi corretti o relativi allofoni. Questo avviene anche in inglese, dove il tutto va poi complementato  con un generoso uso di Schwa la cui produzione, sebbene accidentale, produce più vantaggi che danni. Il corretto accento tonico va invece rigorosamente rispettato. Come nella propria lingua madre una dizione corretta è quindi un valore aggiunto,  non essenziale (come anche dimostrato dai media della comunicazione).

5) Differenze quanto più piccole tanto più critiche. Al delicato fenomeno di riduzione vocalica (Schwa) si accompagna la criticità tipica dei fonemi vocalici inglesi, da attenzionare anche per le  piccole differenze di qualità sonora, pena un  grande impatto sul valore semantico (es. peace vs. piss, low vs. law, bad vs. bed, rod vs. road, sheet vs shit, bald vs. bold, fund vs. found ecc.). Un esempio al riguardo è rappresentato dai “paradisi fiscali”, concetto che non esiste in inglese  e che nell’uso italico si è originato dall’incapacità di distinguere tra la forma parlata e scritta di haven (rifugio) e  heaven  (paradiso), simil-omofoni e simil-omografi.  In inglese esiste tax haven  (porto/rifugio fiscale), ma non tax heaven. Haven evoca il concetto di rifugio, cioè luogo dove i propri risparmi possono trovare l’ultima protezione , essere conservati, magari con disperazione. I paradisi fiscali – per definizione – non sono rifugi, ma luogo di quella gioia che i soldi possono procurare  godendosi la vita …

6) Chi parla inglese nel Regno Unito ?  Convivente con più di quaranta dialetti ,  l’ inglese “standard” (definizione impropria ma efficace) è parlato in Gran Bretagna solo da circa il 3 % (tre percento) della popolazione (ca. 2 milioni di persone). Non è una varietà a diffusione territoriale, ma sociale e culturale adottata come riferimento nel mondo intero per lo studio dell’inglese come lingua straniera. In merito alla sua pronuncia le definizioni usate sono: RP, Queen’s/King’s Eng., BBC Eng., ma anche  Oxford Eng., Std. Southern Eng., Std. British Eng.  ecc. Si distinguono due tipi di pronunce: quella forte e quella debole

7) Il nuovo inglese d’ Oltremanica. L’inglese attualmente rampante in tutto il Regno Unito è l’ MLE (Multicultural London English). Espressione della presenza di Bame, Black Asian Minority Ethnic – comunità che costituisce il 35 % della popolazione londinese (fonte BBC 2020) – è caratterizzato da forti influenze linguistiche afro-occidentali e giamaicane. E’ in rapidissima espansione in tutte le principali città del Regno, specie nel mondo del calcio e in quello della musica rap. 

8) L’inglese non è la lingua ufficiale degli USA. L’inglese è lingua ufficiale solo in  31 stati.  Lo “Standard  American” (detto anche General American e Network English) è lingua condivisa da ca. il 75 % della popolazione (= 247 milioni), seguito dallo spagnolo. Con caratteristiche fonologiche tendenzialmente simili conserva aspetti peculiari dell’inglese coloniale tuttora presenti nei dialetti in Gran Bretagna, ma non nell’inglese “standard” moderno.

9) Varietà dell’inglese. Nel mondo si contano più di 70 varietà di inglese, con differenze non solo fonologiche e lessicali ma anche ortografiche.  (Il programma di scrittura utilizzato dallo scrivente – gratuito, open source – dispone di correttore ortografico da impostare tra 16 varietà di inglese !). Mentre lo studio dell’inglese è diffuso a livello mondiale,  quello dell’ anglo-americano è tendenzialmente affermato in aree di influenza.  

10) L’ inglese internazionale: non più lingua degli anglofoni. Secondo un rapporto del British Council (a firma di D. Graddol) già nel 2007 nelle relazioni internazionali  l’inglese era parlato da non anglofoni nella misura prossima all’ 85 %. Restante percentuale: 10 % in contatti di anglofoni con non-linguamadre;   5 % in contatti tra linguamadre .  La citata percentuale dell’85 %  (il cosidetto terzo ciclo in espansione, Cina esclusa) è nel frattempo verosimilmente aumentata originando e consolidando nuove forme di inglese. In questa panoramica la probabilità di incontrare nei rapporti internazionali un anglofono dalla pronuncia intelligibile è statisticamente risultante in 1 ogni 10 incontri, nella proporzione di 1 parlante USA ogni 120 parlanti l’inglese britannico !.  

11) La grammatica inglese non esiste (così come l’intendiamo noi). Nel mondo anglosassone l’assenza di un’ istituzione normativa linguistica (tipo la ns. Accademia della Crusca) spiega la mancanza di una grammatica prescrittiva di riferimento, pur nella ricca e diversificata offerta di grammatiche di storica tradizione. E’ invece molto considerata ogni proposta nel cosiddetto Usage, di fatto una grammatica descrittiva, compendio di quanto avviene nella realtà, nell’accettazione di nuove forme della lingua viva, intesa come un divenire biologico. I linguisti più autorevoli non sono inclini all’uso della parola regola, in mancanza di un’ autorità che la possa stabilire.

Esiste invece la grammatica inglese ad uso del discente straniero, come indispensabile manuale di riferimento Nella riscrittura in grammatica inglese per italiani sono spesso introdotti concetti errati o inesistenti in inglese, sebbene con l’intento di rendere gli argomenti più chiari. Ad esempio Double Object (dove object è erroneamente inteso come cpl. oggetto, invece che come cpl.), le varie classificazioni dei casi ipotetici ecc. Si continua poi a definire aspirazione quella che invece è una espirazione (provate un po’ ad aspirare la h in help, se ci riuscite !) . 

In relazione agli “aspetti grammaticali” della lingua si riconosce che gli stranieri più progrediti nello studio dell’inglese sono spesso più competenti dei madrelingua anglofoni, non abituati a trattare tali questioni.

12) Un punto d’incontro? Non sono qui commentate soluzioni presentate alla Società delle Nazioni nel 1922 volte fin d’allora a prevenire l’affermazione di quell’egemonia linguistico-politica globale dell’inglese che già si preconfigurava. Piaccia o non piaccia, l’odierna diffusione dell’inglese è un fatto ineluttabile che sollecita qualche considerazione almeno riguardo a ciò che rimane del Basic English (v. nota **) e del Globish (v. nota ***),  suggerite come possibili lingue di scambio. Considerato che poco è meglio di niente e nel riconoscimento e rispetto dei limiti linguistici degli utilizzatori non anglofoni, il punto significativo di tali proposte è l’uso di forme di comunicazione semplificate (lineari, logiche e consequenziali, senza incisi o proposizioni subordinate ecc.) , con un lessico  essenziale (eliminazione di sinonimi, ridondanze) e privo di riferimenti culturali propri (idiomi, proverbi, slang ecc.). Mentre all’una delle parti comunicanti l’uso di una lingua facilitata non ne pregiudica il futuro approfondimento e sviluppo, per la parte anglofona la semplificazione coincide con la rinuncia al vantaggio derivante dalla propria superiorità linguistica.  E qui nasce il problema…

13) Il nuovo peccato:  non conoscere abbastanza l’inglese. C’è una tendenza ad alimentare complessi di colpa in chi non ha una adeguata conoscenza dell’inglese. Ma la domanda è : 1) quale inglese e 2) quanto inglese ? 3) L’inglese serve per rapportarsi solo con il mondo anglosassone o per essere cittadini del villaggio globale? Troppi test si basano sulla verifica di competenze di improbabile utilizzo (slang, linguaggio informale, idiomi).Nella situazione generale le iniziative di autoapprendimento dell’inglese (con visione di film in lingua, ascolto di canzoni ecc.) portano ad acquisire conoscenze linguistiche talmente informali, seppur reali, da essere poco fruibili nel contesto dei rapporti internazionali, specie professionali, che vedono gli anglofoni di fatto tra i peggiori comunicatori (v. articolo cliccando qui). Nella coscienza che il divario tra chi studia una lingua straniera e chi la parla come linguamadre è – e rimane – insuperabile (!), una conoscenza operativa più che decorosa dell’ inglese “che serve” è pur sempre un obiettivo raggiungibile anche con lo studio in autonomia,  con il presupposto di grande impegno,  di scelte di studio efficaci , di una forte motivazione ma – soprattutto – di chiarezza di idee per scelte di studio strategiche.


Note.

(*) Fonetica e Fonologia. Le due definizioni riguardano discipline diverse e ben distinte, seppur correlate.  Nel linguaggio della quotidianità la locuzione Fonetica Inglese  è spesso impropriamente  usata in luogo di  Fonologia della Lingua Inglese  con il solo scopo di facilitare la comunicazione.  Di fatto la Fonetica Inglese non esiste, così come non esistono le radici quadrate inglesi.

(**) Basic English  (British American Scientific International Commercial English) ideato dai linguisti  C. K. Hogden e I.Richards alla fine degli anni 20 del secolo scorso. E’ stato fattivamente supportato a livello globale per un quindicennio e proposto in iniziative congiunte  – poi abbandonate – dai governi inglese (W. Churchill) e statunitense (pres. Roosevelt). Propagandato come “lingua della pace” – in implicita antitesi al tedesco “lingua della guerra” – è attualmente in fase di (s)tentata rivitalizzazione.

(***) Globish (parola macedonia per Global-English, marchio registrato un ventennio d’anni fa  da J.P.Nerrière, già marketing manager IBM). Nelle ragioni a sostegno del Globish chiunque abbia avuto rapporti internazionali, anche in campo professionale, riconoscerà esperienze linguistiche realmente vissute.  Dichiarato conforme ai requisiti del livello B1 – CEFR European Framework, il Globish è uno strumento per tutti , ma non reso popolare.  E’ ottenibile gratuitamente la lista dei 1500 termini  inglesi costituenti il vocabolario base globish (clicca qui per scaricare) , selezione delle parole considerate più utili e ricorrenti nei rapporti di scambio. Mentre sono accessibili corsi on-line gestiti in esclusiva dai concessionari del marchio, sarebbe molto auspicabile anche la disponibilità di libri di testo e di pubblicazioni didattiche, richiedenti un’ operazione di semplificazione forse troppo ardita per poter  essere codificata in forma scritta.


Cliccare qui per accedere al PROGRAMMA.


Roberto Maritan

http://www.corsodifonetica.com

 

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