Curiosità, anche inedite…

1) Inglese lingua opaca.  Una lingua che si legge come si scrive è detta trasparente. L’ inglese è una lingua opaca: un problema per gli stessi anglofoni come testimoniato dai campionati di spelling, dalle decine di riforme tentate senza successo, dall’ aumentata difficoltà nella dislessia, dalla gravosità del processo di apprendimento della lettura nelle scuole primarie e dalle sue conseguenze (il tasso di analfabetismo funzionale nelle scuole superiori in USA è del 19 %. Fonte: USA Dept. of Education, 2016). Ogni variante linguistica dell’inglese presenta rispettivi gradienti di opacità. L’ angloamericano è meno opaco dell’inglese, come risultato del processo di semplificazione fonologica dovuto al fenomeno migratorio.  La pronuncia scozzese si distingue per la caratteristica di abbattere in modo importante l’opacità dell’inglese. 

2) Conoscere lo Schwa per parlare e capire. Le vocali inglesi non gravate dall’accento tonico perdono sonorità finanche a scomparire del tutto. Il  fenomeno interessa mediamente il 70-80 % dei suoni vocalici. Il vs. interlocutore – se anglofono –  non produrrà mai i suoni che voi vi aspettate: vi consegnerà parole foneticamente vicine, che forse intuirete o riconoscerete a volte con difficoltà, o che forse neppure capirete.  Nel tentativo di “proporre” chiarezza voi magari lo ricambierete con parole scandite con dovizia, ricche di vocali ben pronunciate, cioè di suoni spuri ed inutili: esattamente il contrario di quello che occorre fare… Ecco perchè la comunicazione verbale è spesso difficile. Dovete scientemente gestire i suoni vocalici e tendenzialmente trasformarli in un unico tipo di “suono non-suono quasi-suono” che la linguistica definisce Schwa (cliccare qui per saperne di più).  E’ un processo molto semplice, fondamentale: ma bisogna conoscerlo.  Allora anche voi concorderete nell’affermare che “ Chi si occupa di lingue straniere e non conosce lo Schwa è come un medico che non sa cosa siano i globuli rossi…”

3) La corretta dizione non è importante. La pronuncia intellegibile non consiste tanto nella giusta dizione, quanto nella corretta produzione dei fonemi, cioè dei suoni che modificano il senso delle parole. Es.: in italiano cane diventa pane se pronunciato con un diverso fonema iniziale. Ma “h ” (fiorentino) in luogo di “c” è pure ammesso come suono alternativo (= allofono) perchè non cambia  il significato della parola, che resta da tutti riconoscibile. Una pronuncia dialettale, straniera o blesa – tipicamente ricca di allofoni – non invalida il successo della comunicazione se si usano fonemi o allofoni pertinenti. In inglese il tutto va complementato  con il corretto uso dello Schwa (per evitare fonemi impropri o inutili), nel rispetto della corretto accento tonico. La conservazione dell’intonazione e dell’accento della vostra lingua materna non è a detrimento della comunicazione di successo, che è il vero obiettivo. Come avviene nella propria lingua madre la corretta dizione è un valore aggiunto da gestire opportunamente.   Infatti può  costituire un elemento di diversità e di affettata distinzione dal gruppo linguistico di appartenenza, con spiacevoli effetti. 

4) Differenze quanto più piccole tanto più critiche. Al delicato fenomeno di riduzione vocalica (Schwa) si accompagna la criticità tipica dei fonemi vocalici inglesi, da attenzionare in modo particolare per le piccole – ma nient’affatto insignificanti – differenze il cui effetto sul valore semantico è tipicamente trascurato (es. peace vs. piss, low vs. law , bad vs. bed, rod vs. road, sheet vs shit, bald vs. bold, fund vs. found ecc.) e all’origine di situazioni curiose. Tra queste merita menzione l’esistenza dei “paradisi fiscali”, concetto che non esiste in inglese  e che nell’uso italico si è originato dall’incapacità di distinguere tra la forma scritta e parlata di haven (rifugio) e  heaven  (paradiso).  In inglese esiste fiscal haven  (porto/rifugio fiscale), ma non fiscal heaven . Ne risulta una differenza di certo valore semantico e morale, quindi anche di gravità della colpa… Haven evoca il concetto di rifugio, cioè luogo dove i propri risparmi possono trovare l’ultima protezione , essere conservati, magari con disperata giustificazione. I paradisi fiscali – per definizione – non sono rifugi, ma luogo di quella gioia che i soldi possono procurare  godendosi la vita …

5) Chi parla inglese nel Regno Unito ?  Convivente con più di quaranta dialetti ,  l’ inglese “standard” (definizione impropria ma efficace) è parlato in Gran Bretagna solo da una percentuale di popolazione compresa tra il 3 e il 5 %  (media ∼ 2,7 milioni di persone). Non è una varietà a diffusione territoriale, ma sociale e culturale adottata anche come modello di riferimento nel mondo intero per lo studio dell’inglese come lingua straniera. Le molte  definizioni applicabili – in particolare per la pronuncia – sono: RP, Queen’s/King’s Eng., BBC Eng., Oxford Eng., Std. Southern Eng., Std. British Eng.  Si distinguono due tipi di pronunce: quella forte e quella debole

6) Il nuovo inglese d’ Oltremanica. L’inglese attualmente rampante in tutto il Regno Unito è l’ MLE (Multicultural London English). Espressione della presenza di Bame, Black Asian Minority Ethnic – comunità che costituisce il 35 % della popolazione londinese (fonte BBC 2020) – è caratterizzato da forti influenze linguistiche afro-occidentali e giamaicane. E’ in rapidissima espansione in tutte le principali città del Regno, specie nel mondo del calcio e in quello della musica rap. 

7) L’inglese non è la lingua ufficiale degli USA. L’inglese è lingua ufficiale solo in  31 stati.  Lo “Standard  American” (detto anche General American e Network English) è lingua condivisa da ca. il 75 % della popolazione (= 247 milioni), seguito dallo spagnolo. Con caratteristiche fonologiche tendenzialmente simili conserva aspetti peculiari dell’inglese coloniale tuttora presenti nei dialetti in Gran Bretagna, ma non nell’inglese “standard” moderno.

8) Varietà dell’inglese. Nel mondo si contano più di 70 varietà di inglese, con differenze non solo fonologiche e lessicali ma anche ortografiche.  (Il programma di scrittura utilizzato dallo scrivente – gratuito, open source – dispone di correttore ortografico da impostare tra 16 varietà di inglese !). Mentre lo studio dell’inglese è diffuso a livello mondiale,  quello dell’ anglo-americano è tendenzialmente affermato in aree di influenza.  

9) L’ inglese internazionale: non più lingua degli anglofoni. Secondo un rapporto del British Council (a firma di D. Graddol) già nel 2007 nelle relazioni internazionali  l’inglese era parlato da non anglofoni nella misura prossima all’ 85 %. Restante percentuale: 10 % in contatti tra anglofoni con non-linguamadre;   5 % in contatti tra linguamadre .  La citata percentuale dell’85 %  (il cosidetto terzo ciclo in espansione, Cina esclusa) è nel frattempo verosimilmente aumentata originando e consolidando nuove forme di inglese. In questa panoramica la possibilità teorica di incontrare un anglofono dalla pronuncia intellegibile è di: 1 parlante l’ Anglo-Americano ogni 10 incontri, 1 parlante l’ Inglese Britannico ogni 800 incontri.  I rapporti indicati sono facilmente verificabili. 

10) La grammatica inglese non esiste. L’ assenza di istituzioni normative linguistiche (tipo la ns. Accademia della Crusca) non ha potuto originare una grammatica come normalmente la intendiamo, cioè un insieme di regole. Quanto avviene nella lingua scritta e parlata è invece considerato nel cosiddetto Usage (termine diverso da Use). Più che prescrizioni o valutazioni di erroneità, nelle trattazioni dello Usage sono date indicazioni circa le occorrenze (uso, frequenza, contesto ecc.) di forme linguistiche e delle possibili alternative. Si può quindi considerare lo Usage come una grammatica descrittiva, ma non prescrittiva. A conferma di ciò si osserva che i linguisti più autorevoli non sono mai inclini all’uso della parola regola (la cui mancata osservanza genera l’errore) e si mostrano molto tolleranti nell’accettazione di nuove forme, intendendo la lingua come un divenire biologico.

Se la grammatica ad uso degli anglofoni tradizionalmente non esiste, esiste invece la grammatica inglese per i non-anglofoni,  intesa come indispensabile manuale di riferimento per il discente straniero. 

Nella riscrittura da Usage a grammatica inglese per italiani sono spesso introdotti concetti errati o inesistenti nello Usage. Ad esempio Double Object è regolarmente tradotto come Doppio complemento oggetto, mentre in inglese Object significa solo complemento, e non complemento oggetto.  “Direct” object è il termine inglese per complemento oggetto. Nell’esempio  “She gives me the book” i due cpl. sono rispettivamente cpl. di termine e cpl. oggetto: non sono due cpl. oggetto (!). Sono poi introdotte classificazioni che creano più problemi di quelli che intendono risolvere, come quelle relative ai casi ipotetici (primo, secondo, terzo  tipo ecc.) praticamente sconosciute allo Usage . In merito alla pronuncia si continua poi a definire aspirazione quella che invece è una espirazione (provate un po’ ad aspirare la h in help, se ci riuscite !) ecc. 

In relazione agli “aspetti grammaticali” della lingua si riconosce che gli stranieri più progrediti nello studio dell’inglese sono spesso più competenti dei madrelingua anglofoni. Ciò grazie al tipo di esperienza maturata  su questioni a cui i linguamadre non sono di fatto abituati.

11) Un punto d’incontro? Non sono qui commentate soluzioni presentate alla Società delle Nazioni nel 1922 volte fin d’allora a prevenire l’affermazione di quell’egemonia linguistico-politica globale dell’inglese che già si preconfigurava. Piaccia o non piaccia, l’odierna diffusione dell’inglese è un fatto ineluttabile che sollecita qualche considerazione almeno riguardo a ciò che rimane del Basic English e del Globish (parola macedonia per Global-English),  proposti come lingua di scambio. Considerato che poco è meglio di niente e nel riconoscimento e rispetto dei limiti linguistici degli utilizzatori non anglofoni, il prerequisito è l’uso di forme di comunicazione semplificate (lineari, logiche e consequenziali, senza incisi o proposizioni subordinate ecc.) , con un lessico  essenziale (eliminazione di sinonimi, ridondanze) e privo di riferimenti culturali propri (idiomi, proverbi, slang ecc.). Mentre all’una delle parti comunicanti l’uso di una lingua facilitata non pregiudica qualsiasi futuro approfondimento e sviluppo, per la parte anglofona la semplificazione coincide con la rinuncia al vantaggio derivante dalla propria superiorità linguistica.  

Il Basic English (British American Scientific International Commercial English). Concepito dai linguisti inglesi C. K. Hogden e I.Richards alla fine degli anni 20 del secolo scorso,  è stato fattivamente supportato per un quindicennio e proposto in iniziative congiunte  – poi abbandonate – dai governi inglese (W. Churchill) e statunitense (pres. Roosevelt). Propagandato come “lingua della pace” – in implicita antitesi al tedesco “lingua della guerra” – è attualmente in fase di (s)tentata rivitalizzazione.

Sulla scena si è poi affacciato il Globish (marchio registrato un ventennio d’anni fa, da J.P.Nerrière già marketing manager IBM ). Nelle ragioni a sostegno del Globish chiunque abbia avuto rapporti internazionali, anche in campo professionale, riconoscerà esperienze linguistiche realmente vissute. E’ conforme ai requisiti del livello B1 – CEFR European Framework (che nella valutazione dello scrivente costituisce il livello di conoscenza media della lingua inglese in Italia). Il Globish è dichiarato strumento per tutti ma non è di fatto reso popolare. Sono accessibili solo corsi on-line, gestiti in esclusiva dai proprietari del marchio.  Non sembrano essere disponibili strumenti per uso libero e diffuso, seppur a pagamento, come libri di testo per corsi in presenza o autodidattici.  E’ invece ottenibile gratuitamente la lista dei 1500 termini  inglesi costituenti il vocabolario base globish (clicca qui per scaricare) , selezione delle parole considerate più utili e ricorrenti nei rapporti di scambio. La semplificazione della “grammatica” è invece un’operazione talmente delicata che spiega – forse – la ragione della sua non disponibilità.

12) Il nuovo peccato:  non conoscere abbastanza l’inglese. C’è una tendenza ad alimentare complessi di colpa in chi non ha una adeguata conoscenza dell’inglese. Ma la domanda è : 1) quale inglese e 2) quanto inglese ? Vari test si basano sulla verifica di competenze veramente assurde (vocabolario improbabile, forme slang, linguaggio informale ecc.), trascurando invece quanto è davvero utile. Nella situazione generale le seppur lodevoli iniziative di autoapprendimento dell’inglese (con visione di film in lingua, ascolto di canzoni ecc.) portano ad acquisire conoscenze linguistiche talmente informali, seppur reali, da non essere fruibili nel contesto dei rapporti internazionali, specie professionali, che vedono gli anglofoni di fatto tra i peggiori comunicatori (v. articolo cliccando qui). Nella coscienza che il divario tra chi studia una lingua straniera e chi la parla come linguamadre è – e rimane – insuperabile (!), una conoscenza operativa più che decorosa dell’ inglese “che serve” è pur sempre un obiettivo raggiungibile anche con lo studio in autonomia,  con il presupposto di grande impegno,  di scelte di studio efficaci e di una forte motivazione.  

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